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Sport per umani: quando il gioco ci spinge a dare il meglio. L’ossessione dei campioni. Come raccontare la magia del basket
Federico Buffa

Sport per umani: quando il gioco ci spinge a dare il meglio. L’ossessione dei campioni. Come raccontare la magia del basket<br> Federico Buffa

Sport per umani: quando il gioco ci spinge a dare il meglio. L’ossessione dei campioni. Come raccontare la magia del basket
Federico Buffa

Lui ha dato ritmo e una nuova lingua alle telecronache e lo sport ha cambiato lui, impegnandolo a non descrivere soltanto tecnica, agonismo e statistiche. A scendere in campo, entrare nello spirito dei giocatori e apprendere i segreti di un gesto atletico che è anche la cultura popolare. Il viaggio che lo ha portato dalla palestra della UCLA in California ai teleschermi di Sky gli ha fatto anche conoscere il calcio e il tennis, con tutti gli intrecci, i difetti, il perfezionismo e le manie che trascinano gli appassionati. Ma nei suoi racconti c’è anche tutto il piacere della contaminazione tra frammenti culturali, letteratura, religioni e arte, filosofia e citazioni che in tempi non lontani nessuno avrebbe associato a un gol da metà campo. O forse solo Gianni Brera, tra i suoi ispiratori. Quando descrive una partita, i top player della NBA sembrano diventare dèi ed eroi e gli stadi si trasformano in templi. Ma forse è l’effetto della passione che non lascia indenne nessuno. Perché noi siamo umani, e lo sport è il nostro gioco.


Un rimbalzo che diventa una corsa per il canestro decisivo. Il calcio d’angolo che centra con precisione da cecchino l’incrocio dei pali. Il consiglio del coach che diventa il tuo maestro di vita. Quel pollice abbassato di un centimetro che ti permette di guadagnare un centesimo di secondo a ogni bracciata. Avversari e cronometro a parte, ogni gara contiene in sé due sfide fondamentali: una contro le proprie paure e l’altra per diventare la migliore versione di se stessi. Ecco perché a Federico Buffa non c’è neanche da chiedere se “sport per umani” sia un’ipotesi o una verità assoluta. È la seconda: lo sport è vita, è fatica e progresso, è anche cultura perché è un fenomeno popolare. Sappiamo – no, lo sentiamo – che i campioni o i comprimari siamo noi, che successi e sconfitte sono tappe della vita, che magari oggi è la maratona ma domani saranno i giardinetti. Personaggi, discipline, stadi e vittorie cambiano, ma lo sport rimane inalterato, imbattuto. E merita non il tifo, ma tutto il nostro rispetto.

Serata scoppiettante, quella trascorsa in Vecomp Academy insieme al giornalista, scrittore e telecronista sportivo di Sky Sport Federico Buffa. Non solo per la velocità, i continui cambi di scena e la ricchezza di dettagli che caratterizzano i suoi racconti, come sa chi lo segue. Ma anche perché da cosa nasce cosa, poi ne segue un’altra e una ancora. Quanti esempi...

Stimolato dalle domande di Francesco Masini, assaggiatore di qualsiasi tipo e modello di comunicazione, Buffa riesce a partire dal basket NBA per dire che a volte antipatici non si nasce, ma si può diventarlo come Andre Agassi, che è diventato tennista perché obbligato dal padre ma ha odiato la racchetta per sempre. Poi, passato per Maradona, inimitabile sul campo ma umanissimo nei suoi troppi eccessi, quasi si commuove ricordando Kobe Bryant, morto accanto alla figlia in quel terribile incidente in elicottero. Sotto le luci della Academy Buffa è sempre in cerca, nel suo sterminato archivio di immagini, della definizione perfetta del gesto atletico, della miseria in un fallo, del salto perfetto, della pennellata che andrà a completare il quadro. Forse solo le Olimpiadi portano in scena con così tanta potenza déi ed eroi della mitologia greca, tragedie shakespeariane, personaggi di Hemingway.

Si sente che è la seratina giusta per incorniciare Stories and The City, il recentissimo format di Vecomp Academy che evoca personaggi capaci di ispirare gli spettatori e richiamarli di persona). Buffa pratica l’understatement anche verso la propria, di storia, come spiega dei primi anni di carriera. “Pare che da piccolo commentassi i viaggi in auto con i miei genitori e mia sorella. In realtà la mia vita si stava avviando verso uno studio di avvocato, da cui sono uscito presto, chiamato da un’amica per commentare le trasmissioni delle partite del college basket americano”, così ricorda gli esordi. “Incredibilmente non mi cacciano via, anzi, ricevo i complimenti di quel mito del giornalismo sportivo che è stato il veronese Rino Tommasi. E inizio a comprendere che quando ami il lavoro che fai, se coincide con la tua passione – e ti pagano pure – è il più bel regalo che l’universo possa farti. Poi certamente viene premiata anche la costanza nel cercare quello che vuoi, l’idea e l’impegno per raggiungerlo”.

Ripensando a quegli anni, se non di gavetta sicuramente di allenamento, ricorda i suoi punti di riferimento professionali. A partire da Gianni Brera, che definisce “un classicista a tratti incomprensibile nel linguaggio ma grande ispiratore, inventore di parole e di personaggi”. Il pensiero successivo è per lo storico dell’arte Philippe Daverio, capace di raccontare l’arte come un patrimonio popolare. “Lui era alsaziano, quindi vero interprete dell’Europa, ed era molto affezionato a Verona. Riusciva a seguire il filo senza perdere mai la centralità della narrazione, anche se aveva sempre pronta una visione laterale. Andava in tv come se sciasse fuori pista”, dice Buffa, che aggiunge un omaggio a Sergio Zavoli: “Aveva una lingua efficace eppure comprensibile a tutti: non sbagliava una virgola, un tempo verbale o un’immagine. Parlando scandiva le parole con estrema cura, perché voleva farsi capire da tutti”.

C’è una domanda che Federico Buffa accoglie quasi con sollievo: ma come fai a scegliere chi raccontare? La risposta mostra il suo tormento: “È impossibile: chiunque ha dentro di sé una storia che bisogna solo portare alla luce, l’importante è saperlo fare. Io ci provo, ma qualche volta sembra difficilissimo”, spiega. “Stavo per rinunciare con Mohammed Ali: non credevo fosse possibile descriverlo. Così invece di ricostruire la sua vicenda umana e sportiva sono stato con le persone che lo hanno conosciuto, vivendo con loro momenti commoventi. Ne ho ricavato così tanti ricordi che mi tornano in mente a sprazzi. Come il terzo match con Frazier, che a un ritmo di 200 colpi a round poteva finire in tragedia. Al quindicesimo ha vinto Ali con quella che era la sua vera forza: dominare l'avversario psicologicamente”.

E questo introduce un altro aspetto particolare che va capito dello sport. Un campione deve accettare di smettere prima di mostrare che non è più un campione, anche se è in forma come una volta. Se non hai più in testa la fame di vincere, devi fermarti.Ammetto che quando è morto Kobe Bryant non volevo neanche più parlare di lui. Ma l’ho fatto perché ha lasciato un’eredità innegabile agli appassionati, ai giovani, al pubblico. Lui era uno che dava tutto perché rispettava il gioco, e per questo ho deciso di portare la sua storia a teatro”, dice Buffa. “Naturalmente ci sono campioni amati e insieme odiati, anche dai compagni. Perché hanno così tanta voglia di vincere da far sentire insufficienti tutti gli altri”. Parlando invece di “campioni maledetti”, com’erano Maradona o George Best, cita Michael Jordan che a modo suo rientra in questa categoria speciale. “Se non altro perché come brand da solo vale più dell’intera NBA, nel senso che è il più riconoscibile di tutti, chiarisce.

L’altro già citato è Andre Agassi. Buffa lo definisce “forse non maledetto, almeno fastidioso. Uno che vinceva come un matto ma insisteva a dire che lui odia il tennis. Per fare un esempio di oggi, Jannick Sinner poteva sciare, ma la sua famiglia non l’ha spinto, ha rispettato la sua preferenza per la racchetta. Andre dice di essersi dopato tutta la vita: insomma, ha reagito alla figura paterna per vendetta. È stato un grande giocatore ma si è comportato male”.

Guardando alla sua attualità, Buffa dopo aver portato in tv un modo nuovo di narrare storie di sport, ora sta imparando ad ascoltare. Su Sky sta andando in onda un suo “esperimento”: si chiama Talks, un viaggio a puntate nella storia e nelle storie dello sport. Per spiegare che cos’è questo nuovo viaggio parte da lontano, da un episodio di cui è stato spettatore molti anni fa in California. Era arrivato alla UCLA come regalo di maturità per una sessione estiva, con il basket in cima alla sua lista. E il basket gli ha regalato una lezione di sport e vita.

Due grandi giocatori, in piena azione sotto canestro, si sono messi a discutere di come era meglio andare a segno in quella precisa situazione. Indimenticabile. Ne ho approfittato per capire e per descrivere uno dei momenti magici in cui si vede come i maestri fanno evolvere il gioco. Insomma se fai una domanda a un avversario e questo ti risponde, è perché ti ritiene in grado di capire. Come se ti attribuisse un valore, ti desse fiducia: ti passa una delle sue ricette segrete perché tu possa diventare certo non bravo come lui, ma almeno provarci. Così salgono le competenze di tutti i giocatori, e non solo di chi è già tra i migliori. Sono gli insegnanti che donano le loro capacità perché tutti possano crescere”.

Per lui la NBA è ancora e sempre il pianeta delle fiabe, il luogo dove tutto è possibile: anche quello che non ha senso ora, ma in futuro potrebbe averlo. Ma come hai imparato a cercare le storie? “Anche qui è tutta passione: sono entrato nel gorgo della cultura americana, tirato dentro da una letteratura pragmatica, un modo di scrivere potente e ruvido, che deve molto al giornalismo. Così tiene insieme questi mondi non solo separati, ma proprio agli antipodi”.

Davanti a un pubblico attento anche a sport distanti dalla prima pagina, Vecomp Academy si è trasformata in uno stadio e Buffa è stato al gioco anche quando l’hanno fatto parlare di calcio. E lo ha definito “l’esperanto del mondo”, riempiendo la definizione con una girandola di immagini in movimento. La prima è dei monaci che arrivano in canoa pagaiando fino a un villaggio nella giungla collegato a sorpresa via tv ai campionati occidentali: e assistono alla partita dell’Arsenal, la loro squadra del cuore di cui indossano con orgoglio la maglia. La seconda è di un gruppo di studenti del Bangladesh che si rifiutavano di dare un esame perché quel giorno non veniva trasmessa la partita che aspettavano da tempo.

Nella girandola di domande che forse né il fotofinish né il VAR riuscirebbero a fermare, qui e là emergono perle di affetto non per UNO sport solo, ma per lo sport in generale. Anzi per il gioco, che è la cosa più importante e conta più di tutto: “Al gioco”, spiega, “devi mostrare deferenza e amore. Per questo considero un privilegio raccontare il mio gioco. Il privilegio comporta poi sempre il dovere di dare il meglio di sé”. Meritatissimo l’applauso che arriva.

Dare il meglio e fare di più. A volte significa anche inventarsi i dialoghi, se questo migliora il racconto: “Non posso essere lì in campo con due giocatori che stanno facendo la storia del basket, posso solo immaginare cosa possono essersi detti e riportarlo a chi ascolta”. Una scelta che sarebbe piaciuta a Ryszard Kapuściński, tra i più celebri reporter del Novecento, che si diceva fosse capace di inventare, ma soltanto per rendere la verità ancora più vera. Perché si può essere un grande scrittore di storie senza essere per forza un bugiardo. E lui la sua eredità come narratore a chi vorrebbe lasciarla? La risposta è pulita e lineare: “Cerco di incoraggiare i giovani e soprattutto le ragazze. Però non insegno, spiego: a modo mio”.

Alla campanella dell’ultimo giro potrebbe cavarsela con una battuta, ma se il gioco richiede deferenza e amore non si scappa: e così in conclusione una chicca da collezione condensa il senso di questa velocissima galoppata. In apparenza attraverso lo sport, in realtà dentro il cuore di chi sente il dovere di dare il meglio. Attacca parlando di Steve Jobs, passato alla storia per tutto ciò che ha fatto e anche per quel discorso agli studenti di Stanford, che è diventato una filosofia di vita: “Stay hungry, stay foolish”. La follia di cui parlava il creatore di Apple è essere consapevoli che soltanto l’ossessione rende “uno bravo” un campione.

E così Buffa decide di raccontare il guru Steve Jobs attraverso un suo ispiratore e guru a sua volta, Stewart Brand. Uno che potrebbe essere etichettato come un hippy e invece è tra i più acuti pensatori del Novecento: scrittore, saggista, editore. Uno che nel ’68 ha avuto l’intuizione di fare Google prima di internet, stampando a fascicoli semestrali il “Whole Earth Catalog”. C’era dentro di tutto, compresa la prima foto della Terra scattata dall’Apollo 8 in orbita intorno alla Luna. Nessuno aveva mai pubblicato l’immagine del nostro pianeta da fuori, neanche la Nasa. Questo ha letteralmente cambiato il mondo, la percezione di noi stessi e forse ha contribuito a inventare anche Steve Jobs e il vostro iPhone. Ecco perché lo sport, qualunque sport, non è solo sport. È il racconto infinito di chi siamo noi umani.