Groenlandia e Canada, dazi e immigrati, Medio Oriente e Iran, Ucraina e Russia... Le cento sfide di Trump più una: l’Europa. Nathalie Tocci
Groenlandia e Canada, dazi e immigrati, Medio Oriente e Iran, Ucraina e Russia... Le cento sfide di Trump più una: l’Europa. Nathalie Tocci
In meno di una settimana il 47° presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avviato la sua rivoluzione a forza di ordini esecutivi e proclami fatti apposta per agitare politici e cittadini di tutto il pianeta, inclusi i suoi. Senza freni, ha anticipato l’agenda sfrontata e aggressiva della “America First” 2.0 e senza risparmiare i Paesi vicini né quelli oltreoceano, gli alleati e gli avversari. Vuole prendersi le terre artiche, cambiare il nome a golfi e canali, spostare i popoli in casa d’altri e riflette se e dove armare, portare la pace o tagliare fondi alle organizzazioni internazionali. Inedito e per certi versi inquietante luna-park che Nathalie Tocci, direttrice dell’Istituto Affari Internazionali, ha illustrato al pubblico di Open con un approfondito giro d’orizzonte. Se ne esce abbastanza confusi, perché la situazione è incerta come un’equazione densa di variabili. Un problema nostro su tutti: il vero obiettivo di Trump è indebolire chiunque e soprattutto l’Europa, che sembra frastornata – e decisamente impreparata.
Di Trump, Trump e ancora Trump. E poi di Trump e degli altri. What else? Impossibile parlare di altri argomenti a pochi giorni dalla cerimonia di insediamento, soprattutto insieme a chi ha la competenza di Nathalie Tocci. E si parte da Washington per toccare tutti gli Stati Uniti, poi l’Europa, l’Italia e tutto il giro del mondo. Come inciderà la sua seconda presidenza sugli equilibri del pianeta? Francesco Masini lancia così la nuova sfida di Open. La prima risposta della quarta puntata della stagione 24-25 in Vecomp Academy non lascia spazio a illusioni.
Così inizia “Quanto costa non occuparsi di geopolitica”. E diciamo che essendo già stato il presidente, possiamo verificare le differenze di oggi rispetto alla sua prima versione. È una novità, certo, ma anche il sequel di una storia già vista. La vittoria del 2016 era stata una sorpresa, un’aberrazione, mentre ora in pochi giorni ci sta dicendo che le regole del gioco sono cambiate e le voci di dissenso non sono affatto efficaci. Il rientro di Trump alla Casa Bianca era prevedibile da mesi, vista l’implosione non solo di Biden ma del solido sistema di potere dei Democratici. Tutto, nessun tema escluso, sarà affrontato dal Trump 2.0 e dal suo staff con ancor più determinazione: anche perché se di solito negli Stati Uniti le elezioni si giocano su uno zerovirgola, stavolta l’ampio distacco ha aperto una profonda frattura.
Dallo studio ovale partiranno bordate per chiudere gli spazi che si sono aperti in questi anni: meno globalizzazione e liberalizzazioni, più dazi, confronti a denti stretti con chiunque, fuori dall’accordo di Parigi sul clima e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, approccio quasi militare all’immigrazione e agli accessi illegali attraverso il Messico. Lo abbiamo già visto in questi giorni con le prime contestate espulsioni: si andrà oltre il muro al confine ed è già stato rimesso in discussione il quattordicesimo emendamento della costituzione,il quale prevede che chiunque sia nato sul territorio degli Stati Uniti va considerato un cittadino americano. Ma è l’intero clima politico e sociale che cambia, di fronte agli espliciti segnali autoritari, al decisionismo di vertice, alla polarizzazione tra gli schieramenti ma anche tra i repubblicani stessi. Un clima cupo perché il presidente punta a cambiare radicalmente “il regime”. Lo stanno dicendo il tono, i modi e i contenuti quando parla di giustizia, del credito che dà alle Big Tech dell’industria digitale, o vuole politicizzare non solo norme e leggi ma le stesse strutture delle agenzie federali. Si respira un’aria da corte feudale, spiega Tocci, dove solo coloro che appartengono al clan del sovrano possono parlargli e farsi ascoltare.
Segnali preoccupanti, ulteriormente rafforzati dalle parole dure di Trump quando dichiara di voler riprendere l’espansione territoriale come si faceva nell’Ottocento quando si andava a caccia di colonie. I fronti aperti si moltiplicano: il Canale di Panama da recuperare perché se no lo gestiscono i cinesi, il Golfo del Messico che diventa il Gulf of America, l’annessione del Canada come 51° Stato USA. E non parliamo della Groenlandia: pur di averla potrebbe minacciare addirittura un confronto militare con la Danimarca, quindi con l’Europa e – che orrore! – addirittura con gli altri membri della Nato…
In pochi giorni alla Casa Bianca Trump ha insomma messo il resto del mondo di fronte a problemi cui nessuno pensava. E soprattutto, da decenni non eravamo più abituati a tanta aggressività. Negli anni Cinquanta e a inizio degli Ottanta i due blocchi erano entità reali, non virtuali: di qui noi alleati occidentali, di là il nemico, cioè la Russia e la Cina. Oggi nel mirino ci sono quei rapporti privilegiati che dalla fine della seconda guerra mondiale a ora hanno mantenuto la sicurezza e il benessere dell’Occidente. E invece sono scossi proprio da chi dovrebbe vigilare e garantire l’equilibrio del sistema globale.
Resta da dire che Trump forse non sarebbe stato eletto se i Democratici non si fossero messi fuori gioco da soli. Nathalie Tocci attribuisce senza dubbi a Joe Biden la maggior parte della colpa, nonostante due anni iniziali in cui ha promosso una buona attività legislativa e una solida ripresa economica dopo la crisi del Covid. Ma a inizio 2024 avrebbe dovuto capire le crisi, la sua personale e quella del partito, affrontando le primarie con spirito da statista. Cioè dimettersi e lanciare un candidato – che sicuramente non sarebbe stato la Harris – di forte personalità, preparato ad affrontare e fermare Trump. Che intanto stava prendendosi tutto il partito repubblicano, aveva messo il suo sigillo su uno stato dopo l’altro e faceva via via evaporare le residue speranze dei Dem.
A proposito, come andrà nel 2028? Il trumpismo senza Trump non sarà facile da tenere in piedi, nonostante il suo cemento fatto di ideologia, isolazionismo e aggressività. Per questo indebolirà le istituzioni, a partire dalla Corte Suprema. Insomma, tanti modi per ribadire che l’America è un impero. Quindi oggi ai tratti caratteriali già noti dal suo primo mandato otto anni fa si aggiungono – non sullo sfondo ma in primissimo piano – i tanti temi di confronto che si sono affollati e ingigantiti negli ultimissimi anni: il Medio Oriente, l’Europa, la Russia in Ucraina, l’economia, la sicurezza. E per noi, direttamente, il ruolo dell’Italia.
Partiamo dalla polveriera mediorientale. Trump per mesi ha coperto Israele, consentendogli di gestire con durezza lo scontro con Hamas e con l’Iran, mentre una volta eletto ha spinto per una rapida fine delle ostilità. E questa possiamo anche considerarla una svolta positiva, perché è stato concluso l’accordo presentato da Biden in luglio ma fermato da Netanyahu in attesa che Israele conseguisse i successi militari e di intelligence che hanno modificato la situazione. Inoltre da un lato Israele ha potuto fare con Biden più o meno quello che ha voluto, mentre oggi deve trattare con Trump e dargli, per così dire, un contentino. In cambio di cosa? Ad esempio il rilascio incrociato tra ostaggi e detenuti, che nel programma prevede l’allontanamento dell’esercito da Gaza, l’apertura di corridoi umanitari e infine la trattativa su un’ipotesi “due popoli due stati” tollerabile per tutti. Invece non è da escludere che un accordo così di lungo respiro si areni alla prima fase senza che Trump si metta di traverso. Oppure che lasci mano libera a Israele in una Cisgiordania da annettere consolidando anche la tenuta di Netanyahu al governo. Possibile? Forse non del tutto, ma di sicuro verosimile.
Un altro dato è che Trump e il premier israeliano puntano a indebolire il più possibile l’Iran e i suoi alleati dell’area, il che comporta soprattutto distruggere le sue capacità nucleari, principale minaccia per il Medio Oriente e oltre. Per farlo Israele ha bisogno degli Stati Uniti per motivi di arsenale (ordigni che raggiungano gli impianti nascosti sotto le montagne, le cosiddette bunker buster bomb) e capacità di intelligence per scovare i depositi di materiale nucleare dispersi nel territorio. Il problema per Trump è che dovrebbe rompere gli accordi o entrare in una guerra che non vuole: a questo stadio e con tutte le carte che ha giocato bisogna capire se intende perseguire una sua linea aggressiva eppure “diplomatica” o se no optare per un conflitto in un teatro così instabile e dai risultati comunque incerti.
E in Europa cosa possiamo aspettarci? La ferita aperta è la guerra scatenata da Putin ormai quasi tre anni fa per conquistare l’Ucraina. Forse una pace al momento è quasi impossibile da raggiungere, mentre un’opzione potrebbe essere il congelamento delle linee del fronte simile a quanto avvenuto nel 1953 in Corea. Allora si fermarono le ostilità cristallizzando la situazione, inalterata a oltre settant’anni di distanza. Trump ha fatto capire esplicitamente che non manderà truppe americane sul fronte orientale Ucraina-Russia: quindi toccherà agli europei il ruolo non di peacekeeper ma di forza di deterrenza perché la guerra non ricominci subito dopo. L’obiettivo di fondo sarebbe un equilibrio che non preveda l’ingresso di Kyiv nella Nato. L’adesione dell’Ucraina infatti sarebbe stata accettabile se i rischi di guerra non fossero così concreti. Ma la Russia è aggressiva e decisa a riposizionarsi in un ruolo globale imperiale: e ciò rende troppo alto il pericolo che l’Occidente debba combattere prima o poi con Mosca. La situazione ora è più fluida di qualche mese fa, quando per Trump Zelensky era troppo intransigente per accettare mediazioni. Ora ha capito che il problema è Putin, quindi la promessa elettorale “farò la pace in 24 ore” è stata ricalcolata in sei mesi.
Si aprono quindi tre possibili scenari che coinvolgono comunque l’Europa. Nel primo caso un Putin che perde mille uomini al giorno e paga anche un costo economico insostenibile potrebbe considerare i vantaggi di una tregua, almeno per rafforzare l’esercito e risanare le casse contando su un alleggerimento delle sanzioni. In cambio può pensare di prendersi, nel giro di due-tre anni, un’Ucraina sopravvissuta ma indebolita. Seconda ipotesi: Putin non si ferma anche se perde 30 mila soldati al mese, a un ritmo da prima guerra mondiale. Però Trump si arrabbia e approva un forte aumento degli aiuti militari a Kyiv, con un prestito per comprare armi americane. E il prestito chi lo copre? L’Europa. Il terzo scenario è come il secondo, ma ribaltato: Putin la tira troppo in lungo, Trump si annoia e scarica a Bruxelles il problema per cercare altrove il suo Nobel per la pace: con un cambio di regime in Iran?
Ma a parte Putin e gli ayatollah, il vero bersaglio di Trump è comunque l’Europa. Per questo alla domanda se sia meglio fare affari con Paesi deboli e isolati o con l‘Unione Europea forte e coesa, preferisce gli stati solitari che non potrebbero opporsi al suo disegno. Anche perché l’Europa non ha più una classe dirigente consapevole: Merkel in pensione, Macron debole e i Paesi che potrebbero fare da ponte (con nuovi leader come Giorgia Meloni) non sono ancora abbastanza forti. Ne stanno emergendo altri ma nessuno è in grado di generare una leadership europea, prendere il dossier Draghi e metterlo in pratica whatever it takes anche in faccia alla Casa Bianca. Mantenere un’apparenza fatta di sorrisi e di proclami difficilmente porterebbe a quella concreta integrazione che sarebbe l’unica vera risposta a Trump.
A proposito di nuove leadership, stanno prendendo sempre spazio più i Paesi chiave dell’Est e del Nord Europa. La Polonia, ad esempio, presidente di turno del Consiglio UE in questo semestre, si espone col primo ministro Tusk su temi chiave come la difesa, la sicurezza, la lotta alla disinformazione e alla guerra ibrida russa. Piccole nazioni come i Paesi Baltici, o finora di scarso rilievo come alcuni dei Balcani o la stessa Finlandia stanno investendo forti percentuali del loro PIL per rafforzare le forze armate contro la minaccia rappresentata dalla Russia, un padrone che hanno conosciuto bene nel dopoguerra tra deportazioni e dittatura. Bruxelles potrebbe quindi passare il testimone a questi Paesi meno compromessi e timidi? Di certo la loro spinta a spendere di più investendo in sicurezza – anche a discapito del welfare – sarà uno degli elementi per determinare che direzione prenderà l’Europa.
Su questo punto siamo come al solito più indietro della ruota di scorta. La spesa dell’Italia nella difesa è intorno all’1,6%, mentre negli ultimi anni la quota suggerita dalla Nato era il 2%. Altri Paesi viaggiano tra il 2,5 e il 3%, si avvicinano al 4 o addirittura non sono lontani dal 5%, come appunto la Polonia. A essere rimasti sotto il 2% purtroppo siamo in buona compagnia dei maggiori Paesi. Quelli che corrono sono sempre i Paesi Baltici e l’Est Europa percepiscono la perenne minaccia russa, come tutti i Paesi di un Patto di Varsavia che non è così sepolto. Se dici a queste nazioni che non possono tagliare i servizi sociali, la loro risposta che prima bisogna pensare alla sicurezza e a sopravvivere, il resto può attendere, anche l’istruzione, per fare un esempio a caso. L’emergenza sociale c’era anche quando non la si chiamava welfare. Ma negli anni Cinquanta in Italia, che veniva da una guerra disastrosa ed era ancora lontana da quelli che sarebbero diventati gli anni del boom, la spesa per la difesa era sopra il 4%. Eppure ospedali, scuole, asili e case popolari si costruivano lo stesso.
Ed è sbagliato pensare che se gli Stati Uniti rimanessero sulla scena militare europea questi soldi potremmo risparmiarli: investire in difesa sarà necessario anche se Washington non staccherà la spina alla Nato, quindi cominciamo a chiederci dove prenderli. Sicuramente dalla UE, pensano i Paesi mediterranei e dell’Ovest europeo, perché senza un’integrazione concreta del mercato dei capitali per adesso sarà l’Unione a dover aprire il salvadanaio. In Italia e non solo, però, c’è un problema ancora più serio del costo da sostenere per armarci. Cioè che non abbiamo più in testa l’idea stessa di difesa e di quanto sia necessario pensarci e tornare a un mood che non ci appartiene, ammorbiditi da decenni di “pace garantita”. Chiediamoci onestamente se ora potremmo anche solo concepire che a noi o ai nostri figli possa toccare di combattere una guerra necessaria o “giusta” come succedeva in passato. Fra il 1936 e il ‘39 almeno 15 mila stranieri morirono nella guerra civile spagnola, scegliendo di difendere l’idea di autodeterminazione di una popolazione che si opponeva alla dittatura. Oggi saremmo pronti a fare lo stesso per l’Ucraina? La risposta è: molto probabilmente no.
In tutto ciò bisogna anche considerare la posizione e le scelte della nostra premier, che nel 2022, eletta con una larga maggioranza, ha interpretato correttamente il contesto europeo e ha deciso di sostenere la UE uscendo dalla stagione delle critiche e ricavandone consenso. Oggi, ancora di più con la ricomparsa di Trump (col quale sembra aver sviluppato un solido rapporto), anche Giorgia Meloni è un bivio. Finora ha tenuto a distanza, pur con qualche oscillazione, i sovranisti, i populisti e altri estremisti europei come l’ungherese Orban. Con le formazioni di destra che crescono e potrebbero far cambiare segno alla politica europea, c’è però il timore che possa perdere la sua equidistanza e il suo potenziale ruolo di ponte.
Lo sviluppo di forze alternative alla guida socialdemocratica della UE è evidente, anche se non appare al momento coordinata in un progetto comune. In ogni caso in quasi metà degli Stati membri lo spostamento a destra potrebbe progressivamente influire sulla tenuta o sulla modifica degli equilibri. Già si anticipano (e si collaudano in Parlamento) maggioranze divergenti su alcuni temi specifici. Questo preoccupa l’establishment, “perché l’estremismo si nota subito e si può agire per fermarlo”, conclude Nathalie Tocci, “mentre una dozzina di paesi di destra con tratti anche estremi, ma con che si presentano rispettosi delle istituzioni, ostacolerebbero non solo il rilancio ma anche l’auspicabile evoluzione dell’unità europea”.