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Dopo-virus e nuova normalità. Stiamo già cambiando vita: ecco come - Intervista ad Alice Avallone

Dopo-virus e nuova normalità. Stiamo già cambiando vita: ecco come - Intervista ad Alice Avallone

Dopo-virus e nuova normalità. Stiamo già cambiando vita: ecco come - Intervista ad Alice Avallone

 di Stefano Tenedini

È in questi giorni che scegliamo la forma del nostro futuro: abitudini, priorità, equilibrio lavoro/privato, acquisti, viaggi, relazioni, ambiente, comunicazione. La vedremo più avanti, però le tendenze stanno già emergendo. E a capire la trasformazione ci aiuterà la cultura umanistica, non opposta ma integrata ai dati. Un’evoluzione che sarà utile anche alle aziende, se sapranno ascoltarla.

08/05/2020

Grazie, virus. Siamo dei pugili suonati che barcollano, sperando di metterci in salvo con la campanella. Dopo il lockdown col suo carico di lutti, disagi, di scompensi emotivi e squilibri psicologici, si sono riaperte le gabbie (ma solo se faremo i bravi”) ma ecco i colpi della crisi economica che potrebbe essere da ko. E poi? È ora di chiederci come ne usciremo e che vita ci aspetta, che relazioni, che prospettive. Che modello sceglieremo per andare avanti. Tutto questo (più altro) l’abbiamo chiesto ad Alice Avallone, che giovedì 14 maggio sarà al webinar Smart #Open di Vecomp Academy. Viaggiatrice nel mondo reale e anche in Rete, Alice è un’antropologa digitale: ricerca e studia i comportamenti umani con l’osservatorio BeUnsocial e coordina il College Digital Storytelling della Scuola Holden a Torino.

Dopo il virus ci sarà una “nuova normalità”: stavolta saremo noi a voler cambiare vita?
In realtà ciascuno di noi sta scegliendo già in questi giorni la forma del proprio futuro. Lo stiamo facendo, ad esempio, attraverso le nuove abitudini che assumiamo e le priorità che diamo agli impegni personali e lavorativi. Il modo in cui ci siamo comportati già durante il lockdown creerà le basi di come vivremo domani, dal punto di vista individuale ma anche da quello collettivo. E niente sarà come prima, perché siamo già cambiati. La vedo un po’ come quando si passa dall’adolescenza all’età adulta: è molto difficile rendersi conto della trasformazione fino a quando non si è conclusa.

Dai “big data” a quelli small, che descrivono i comportamenti in rete. A cosa ci servono?
Per small data si intendono tutte quelle piccole ma significative tracce che disseminiamo in Rete attraverso ciò che condividiamo, i commenti che lasciamo o le query di ricerca che usiamo su Google. Se li osserviamo come al microscopio, possiamo scendere in profondità per guardare dentro i “perché” legati ai comportamenti e ai linguaggi scelti dalle persone che si muovono sui territori digitali. Gli small data non ci aiutano solo a costruire progetti migliori: infatti, a patto che vengano integrati con i dati quantitativi, ci sono utili anche e soprattutto per conoscere meglio chi si trova dall’altra parte dello schermo.

Dati da interpretare per ri-costruire un ponte tra numeri e persone. Chi potrà farlo?
Credo che saranno gli umanisti. Se ad esempio alla lettura dei dati intrecciamo lo sguardo di discipline come la sociologia, la semiotica e la filosofia, possiamo ricavarne un ritratto del pubblico online molto più preciso. Questo accade perché gli umanisti fanno ciò che chi si occupa di marketing fatica a mettere in pratica: mappano il contesto culturale e sociale (a volte anche politico) e lo mettono in relazione ai comportamenti che osservano in Rete. Trovano il senso dei dati, cioè il significato di tutte le informazioni raccolte. E in particolare capiscono perché si verificano particolari ricorrenze, o un fenomeno. Leggono tra le righe.

Cambierà la comunicazione dei brand? Quanto sarà importante parlare di significati?
Lo sarà moltissimo, e potremo farlo grazie all’antropologia digitale. Che studia la relazione tra l’essere umano e la tecnologia, sia dal punto di vista degli strumenti digitali che delle piattaforme di conversazione, appunto come i social media. Ed è, lasciatemelo dire, una materia affascinante. Studia, ad esempio, perché non riusciamo ad allontanarci in media più di un metro e mezzo dal nostro smartphone in casa; oppure perché ci sono persone che sentono l’esigenza di raccontare in tempo reale la propria quotidianità con le stories di Instagram. Per i brand, gli studi di antropologia digitale saranno decisivi proprio perché permetteranno di capire meglio le “regole del gioco” che consentono poi di coinvolgere le persone in Rete in modo autentico e naturale.

Come potremo leggere i cambiamenti in corso nel comportamento dei consumatori?
Faccio un esempio pratico: grazie all’antropologia digitale sappiamo che la Generazione Alpha, i bimbi che oggi hanno fino a 10 anni, si confrontano più volentieri con giocattoli e dispositivi tecnologici attraverso l’oralità. Questo accade per svariati motivi, tra cui il più importante è che la voce permette una relazione più empatica. Così già oggi i più piccoli interagiscono con gli assistenti vocali di casa e dialogano con le bambole. E i brand che si rivolgono a questa fascia, nel momento in cui andranno a progettare dei contenuti a loro dedicati, dovranno per forza di cose tenerne conto. Dunque anziché progettare un eBook illustrato o un blog, forse preferiranno costruire un podcast.

Nell’emergenza virus siamo stati sommersi da milioni di voci, spesso in conflitto fra loro.
E la reazione che ne risulta ha molto a che fare con la nostra personalità. Infatti chi è più introverso probabilmente si è trovato meglio durante le settimane di quarantena, perché ha potuto ritrovare tempo e spazio per sé, senza troppe pressioni esterne. Al contrario chi è molto estroverso può avere sofferto di più per il distanziamento fisico, perché è abituato a ricaricarsi grazie alla socialità e a un contatto diretto, fisico con gli altri. Tale distinzione macroscopica mostra perché c’è chi è riuscito a vedere i lati positivi della pandemia e chi, invece, ha accumulato tensioni. E magari le ha sfogate di pancia sui social.

In città poco traffico e molto silenzio. A esprimersi sono le vetrine chiuse. Cosa dicono?
Fin dal primo giorno di lockdown le vetrine hanno iniziato a parlarci: alcune si sono scusate per la chiusura, altre invece ci hanno motivato a credere che sarebbe andato tutto bene. Il gruppo #VetrineInQuarantena sta raccogliendo su Facebook fotografie dei cartelli di tutta Italia e Francia, per mapparne e studiarne il linguaggio. Se ci pensiamo, è davvero curioso vedere come le vetrine siano diventate come veri e propri media, mezzi di comunicazione, anche se silenziosi. E adesso che le misure si stanno allentando non dovremmo perdere la buona abitudine di prestare attenzione alle piccole cose che ci circondano, online e offline.

Partire è tra le cose che ci mancano di più. “Dopo” torneranno i turisti o i viaggiatori?
Torneremo a viaggiare e con qualche consapevolezza in più. Tanto per cominciare, non lo daremo più per scontato. Ci muoveremo di più in Italia, almeno all’inizio, e riscopriremo il piacere e l’orgoglio di ritrovare le nostre radici. Smetteremo per un po’ con i viaggi mordi e fuggi, se non altro perché è facile immaginare un rincaro dei prezzi. Parallelamente, agli aerei preferiremo mezzi di trasporto più sostenibili. Non smetteremo di scattare belle foto per i nostri feed social, ma saranno meno patinate. Questa quarantena ci ha insegnato che sui social media è molto più significativo un contenuto autentico e aderente al reale.

Linguaggi, relazioni, rituali, usi e costumi svelano già sui social le tendenze del futuro.
Osservare in Rete con l’etnografia digitale significa mettersi un cappellino da esploratore in testa e partire per un determinato territorio digitale alla scoperta di una popolazione specifica: è quello che ho fatto descrivendo nel libro “People watching in Rete” le persone sui social media. Su Facebook può essere una community di collezionisti, su Instagram può essere un hashtag che aggrega i tifosi della Juventus, su TikTok una colonna sonora usata dalle teenager appassionate di Twilight. Così si mappano le conversazioni e le relazioni e si scatta una fotografia del presente. Quindi possiamo costruire delle proiezioni sul futuro, tracciando quali sono le ricorrenze emergenti. Serve sensibilità, spirito di osservazione e, ancora una volta, un’imprescindibile formazione umanista.

Al cinema amiamo i futuri distopici, ma pare che il virus ci abbia accontentati già oggi...
Sarà curioso vedere se avremo ancora voglia di narrazioni distopiche! Gli studi sembrano propendere per il sì, ma io ho qualche dubbio. Va detto che ogni generazione percepisce il futuro – la distanza, l’impatto, la portata del possibile cambiamento – in maniera diversa. Ci unisce un fattore comune: il futuro per definizione non è prevedibile scientificamente: possiamo fare proiezioni, non previsioni certe. E fa paura a tutti. In modo particolare, ci fa paura il cambiamento. Preferiamo ciò che già conosciamo perché è rassicurante. Chissà se la pandemia scalfirà il nostro bisogno di controllo, se ci lascerà almeno questa lezione.

Anche i più green tra noi inquinano i territori digitali? La nuova sostenibilità sarà online?
Dobbiamo farlo, soprattutto a livello corporate. Se un brand vuole sposare il valore della sostenibilità dovrebbe considerarla a tutto tondo, nella produzione e nella comunicazione, digitale compresa. E sì, produrre troppi contenuti è inquinante. Sul Corriere della Sera ho proposto una bozza di manifesto per evitare sprechi, accumuli e inquinamento online. Una bozza, perché vuole aprire innanzitutto un dialogo. “Meno è meglio”, e lo sarà soprattutto nel post Coronavirus, nella nostra nuova normalità. Perché il comportamento virtuoso può iniziare anche semplicemente dalla nostra bacheca su Facebook

 
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