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Simone Arcagni
Intelligenza artificiale: la simbiosi uomo-macchina, un’alleanza tra cervelli per portare nel futuro la nostra cultura

Simone Arcagni <br> Intelligenza artificiale: la simbiosi uomo-macchina, un’alleanza tra cervelli per portare nel futuro la nostra cultura

Simone Arcagni
Intelligenza artificiale: la simbiosi uomo-macchina, un’alleanza tra cervelli per portare nel futuro la nostra cultura

Non c’è tecnica senza cultura, né tecnologia che l’uomo non abbia progettato e voluto. Eppure temiamo che i robot e la AI ci rimpiazzino. Meglio la simbiosi, convivere per evolverci e crescere, seppure non più tra soli organismi animali. In fondo il legame uomo-tecnica è da sempre il sogno di scrittori e filosofi, e il computer si nutre dei dati che gli forniamo col software per interpretarli. E poi cresce come i bambini, imparando nuove competenze, ma a patto che segua le regole che l’uomo gli fornisce. Davvero la AI può sostituirci? Per adesso, no: può elaborare, bene e rapidamente, solo ciò che altri hanno già immaginato e prodotto. Così ci spinge a ripartire da ciò sappiamo fare meglio: pensare. Non tenere distanti, ma avvicinare l’uomo e la macchina, è anche il modo per non farci colonizzare e omologare (perché il vero pericolo è ridurci a interpreti di storie tutte uguali): creare valore insieme sembra il destino di umanità e AI.

Testo di Stefano Tenedini

Non c’è tecnica senza cultura, e non esiste tecnologia che non sia voluta e progettata dagli uomini. Sarebbe bastato questo ritorno alle origini, al centro del pensiero umano, a placare il dubbio se con l’introduzione dell’intelligenza artificiale tutti noi possiamo correre il rischio di venire messi da parte. O, guardandola dalla finestra di una fantascienza distopica stile Matrix, addirittura sostituiti dai robot. E invece la provocazione è stata lo spunto per una densissima serata di riflessione e approfondimento su quale sarà il nostro ruolo nella società di domani. Palcoscenico come sempre “Alzare lo sguardo”, il ciclo 2023-24 degli incontri di Open condotti da Francesco Masini in Vecomp Academy.

Dopo aver cercato il nostro posto nell’universo con l’astrofisico Marco Bersanelli e il nostro posto nel mondo (e nella geopolitica) con Nathalie Tocci, il terzo appuntamento ci ha spinti a capire quale collocazione ci assegna l’intelligenza artificiale nel futuro dell’innovazione. In questo viaggio anche nel tempo a far da accompagnatore è stato Simone Arcagni, studioso e consulente, docente e curatore-divulgatore di nuovi media e nuove tecnologie. Collabora con riviste e giornali ed è soprattutto tra i massimi divulgatori di questa che non abbiamo ancora capito se considerare un’occasione per trasformare e sviluppare le nostre possibilità o una specie di fine del mondo. Come un asteroide pronto a piombare su tutto quello che pensiamo di sapere – e che facciamo – da quando crediamo di essere i padroni della Terra.

Umani e macchine, quindi. Di cosa parliamo quando parliamo di simbiosi? La definizione del vocabolario è rassicurante: parla di convivenza e coesistenza. Ma è davvero così semplice, se specifica “tra due o più organismi animali o vegetali”? Insomma, il computer in sostanza è una macchina, un supporto che ci semplifica la vita come gli occhiali da vista o la bicicletta. Se nel corso dei secoli abbiamo sviluppato una certezza, è che l’intelligenza è dell’uomo: ma cosa succede se iniziamo ad accettare che può essere anche artificiale? Arcagni spiega che c’è una terza via: simbiosi significa che le due forme di vita possono collaborare, svilupparsi e crescere insieme. Tutt’altro che il gelido rapporto con le macchine che appare oggi.

Diciamo tutta la verità: non è che la riflessione sul tema sia iniziata solo adesso perché noi ci siamo svegliati scoprendo le fake news. Già negli anni Sessanta c’erano scienziati che non si facevano problemi a inserire la connessione tra uomo e computer nel quadro che si stava formando e che avrebbe portato al primo avvio di Arpanet, poi Internet. L’umano aveva già il compito di programmare il sistema, che poi elaborava i dati con le sue possibilità di calcolo e ci restituiva le analisi. Perfino Alan Turing, uno tra i più grandi matematici del Novecento – il decifratore dei codici di Enigma nella seconda guerra mondiale – aveva chiaro che creare una macchina che facesse calcoli complessi o potesse addirittura pensare come noi era un sogno antico. Lo avevano immaginato anche Cartesio, Leibniz e Pascal: perché niente come la filosofia è così vicino a una tecnologia tanto innovativa da sembrare magia…

Noi, infatti, chiamiamo intelligenza artificiale i computer. Meglio, quella rete neurale che vive già lì, nel nostro mondo, si nutre dei dati che gli uomini gli forniscono e di cui gli consegnano, con il software, una chiave di interpretazione. Ma poi cresce come fanno i bambini: impara, acquisisce competenze, si allena. Noi lo chiamiamo training, ma è semplicemente spingere la macchina ad aprire gli occhi su ciò che lo circonda, così da comprenderlo. Infatti quando c’è un passaggio di informazioni lo chiamiamo “feed”, nutrire. Un termine della biologia.

L’informatica deve molto alla macchina di Von Neumann, architettura che elabora e ricerca i dati dentro le memorie del computer. Ma non si limitava a un lavoro, appunto, meccanico: era in grado anche di elaborare pensieri in autonomia. Lo dimostra un giochino in apparenza banale, in cui sullo schermo caselle bianche-vive diventavano nere-morte in base allo stato di “salute” mutevole delle caselle vicine. Questi automi cellulari dimostravano una semplice verità: la macchina poteva muoversi da sé solo se prima l’uomo aveva fornito precise regole da seguire. Da 50-60 anni, infatti, il rapporto simbiotico va avanti benone: e come altrimenti potremmo definire la nostra relazione con quella protesi cellulare che è il telefonino?

Riportando il discorso dal futuro al passato remoto della cultura umana, Arcagni spiega che la prima citazione dell’intelligenza artificiale possiamo ritrovarla già nell’Iliade: le ancelle di bronzo, gli automi che accompagnavano e va avanti Efesto, dio del fuoco, dell’ingegneria e delle fucine. E solo gli Argonauti poterono battere Talos, la maxi-statua computerizzata che proteggeva le coste di Creta per conto del re Minosse. Diciamo che il nostro Dna culturale conserva un’infinità di riferimenti alla simbiosi uomo-macchina, tanto che nel Settecento, il secolo dell’Illuminismo, esplose una robot-mania. Decenni dopo Edgar Allan Poe scrisse un saggio giornalistico in cui scavò nel mistero del Giocatore di Scacchi di Maelzel, un congegno a forma di… turco che sfidava chiunque a batterlo. Lo spaccato di un capriccio che diventava tecnica e cultura: anche se alla fine Poe rivela che dentro l’automa c’era una persona vera.

La sintonia va e viene, ma a noi è giunta moltiplicata. Ci sono stati vari ostacoli da superare, come il luddismo che in piena rivoluzione industriale spingeva gli operai a distruggere i telai tessili invece di imparare a lavorarci insieme. Una vicenda che ricorda come molti abbiano ancora oggi paura di perdere il lavoro a causa dei robot in fabbrica o della stessa intelligenza artificiale. Della simbiosi uomo-macchina, insomma si nutrono sia i sogni che i timori.

Eppure nonostante tutto ritroveremo la nostra intelligenza naturale, per diventare più noi stessi, se sapremo specchiarci nella macchina. Non una macchina meccanica, estranea, ma quella macchina globale che include il linguaggio, le lancette dell’orologio, la geografia e tutto quanto abbiamo intorno, anticipa Arcagni. Ci domandiamo se l’intelligenza artificiale – chiamiamola pure macchina, computer o cellulare – sia in grado di sostituirci. La risposta più verosimile è no. La tecnica può elaborare, in modo sofisticato e veloce, solo ciò che altri hanno scritto, dipinto, calcolato o immaginato. Certo, la rapidità di esecuzione consente di moltiplicare stili, riferimenti e memorie: ma non può rimpiazzare l’uomo. Che anzi valuterà se e dove l’intelligenza artificiale sta andando altrove e non lo segue per supportare le sue richieste. Un esempio sono le “allucinazioni” in cui ci imbattiamo quando un chatbot o un generatore di immagini non capisce cosa vogliamo o non ha dati sufficienti. Allora inventa risposte o oggetti inesistenti, li “immagina” secondo la sua visione, o ci dà risposte insensate o sbagliate. Ma forse così la macchina ci sta sfidando a metterci in gioco: ci spinge a ripartire da ciò che “sappiamo di sapere” e da quanto siamo in grado – o intendiamo – sperimentare.

C’è sempre l’uomo dentro la macchina: per questo l’intelligenza artificiale non esiste se non include anche l’intelligenza umana. È ora di abituarsi alla condivisione dei saperi, dobbiamo esserne consapevoli. Ma naturalmente con cautela. Perché? Perché non sempre sappiamo quali fonti o archivi alimentino l’intelligenza artificiale, e questo apre enormi spazi di analisi culturale. Per esempio se l’Italia non c’è, se cincischia evitando di impegnarsi, se non prende posizione su questo tema che è sempre più parte del nostro quotidiano… senza Italia, la sua cultura, la storia, l’arte, la lingua, non saremo più neanche sul mercato o nella realtà politica e globale. Perderemo i turisti, accettando di essere “marcati” dalla lettura che ne fanno gli altri: ci ritroveremo con gondolieri veneziani che cantano O’ sole mio, con la retorica degli spaghetti, con la gestualità esagerata che vedono gli altri. Ma noi saremo colonizzati, sostituiti e omologati da un’interpretazione che ci è estranea ma che sarà più forte di noi.

E forse il vero rischio è proprio questo, non la dipendenza, ma l’omologazione. Vediamo ad esempio le serie tv trasmesse da un gigante dell’intrattenimento come Netflix: le storie, vecchie o nuove che siano, sono tutte uguali. Se diamo a un algoritmo il permesso di definire ciò che ci deve piacere perché è quello che fa vendere di più, allora non lamentiamoci della riscrittura delle fiabe o dei miti classici. Ci rifileranno quattro situazioni in croce e alla fine, quando ci saremo assuefatti, diremo pure che ci piacciono. L’intelligenza artificiale produce valore solo se lavora insieme all’uomo, altrimenti è un’altra burocrazia che ci impone una logica che non lascia spazio all’interpretazione. Questo rischio lo eviti partecipando: bisogna esserci, non affidare la narrazione o l’ideazione del sogno solo a pochi creatori o distributori.

Proviamo a considerare l’intelligenza artificiale un invito culturale al conflitto, che mantenga la diversità tipica della nostra natura e tenga il passo del cambiamento: se però stiamo alla finestra siamo disarmati, un rischio per noi stessi. E invece siamo anche la cura, perché più ci impegniamo a fare la nostra parte nell’evoluzione e più riusciremo a mantenere aperta, variegata e – sì, democratica – l’intelligenza artificiale e l’uso che se ne farà.

Guardiamoci intorno: quella che vediamo e che stiamo descrivendo non è l’interpretazione del futuro, ma è già l’attualità. L’intelligenza artificiale porta la simbiosi ovunque il pensiero sia elaborato da teste pensanti: umane, in primo luogo, e al tempo stesso artificiali – e anche questo è un significato che dovremmo sforzarci di rielaborare. Entrare nel nuovo mondo non è impossibile: possediamo già le competenze tecniche ma non ancora quelle culturali, di cui dobbiamo riappropriarci. Perché questa è una separazione errata, che ci è ben chiara fin dall’alba della filosofia greca: la tekne è la tecnica che rispetta regole chiare, eppure non esiste e non è feconda senza la poiesis, la poesia che sembra distante ma solo in apparenza. E proprio perché non c’è tecnica senza cultura, la competenza digitale è un fatto culturale.

E dopo il viaggio nel tempo – dal futuro al passato e ritorno – arriviamo anche alle cronache di oggi: non si potrebbe non parlare del ruolo dell’etica dentro un dibattito sull’intelligenza artificiale. Quindi Arcagni prova a spiegare perché la scelta di padre Paolo Benanti, teologo francescano chiamato a presiedere la commissione governativa AI per l’informazione, è una buona notizia. La nomina ha agitato le acque, ma ripropone una volta di più la necessità di tenere insieme tutte le anime della nostra umanità: o le nature, se non si vuole usare questo riferimento spirituale. “Benanti è un nome di grande equilibrio e competenza, anche se io gli avrei affiancato un laico per assicurare maggiore completezza”, risponde il relatore alla sollecitazione. “L’introspezione, lo sguardo al mondo che nasce dalla fede può dare un buon contributo: dimostra il costante apporto etico dello spirito religioso alla cultura”.

Così, ripercorrendo il cammino dell’uomo e del pensiero per “alzare lo sguardo sul futuro”, si è conclusa una serata che è stata tutt’altro che di semplice divulgazione – che già sarebbe un ossimoro – ma che ha soprattutto seminato il dubbio e suggerito molti approfondimenti. L’intelligenza artificiale ci fa discutere, divisi come sempre fra chi teme i barbari alle porte e chi invece immagina un’imminente liberazione dalle catene della mente umana. Per citare una figura controversa come Mao, potremmo notare che essendo oggi più che mai grande la confusione sotto il cielo, a maggior ragione la situazione è ottima. La complessità che è la cifra del nostro tempo e con cui dobbiamo fare i conti – in una misura e con prospettive che nemmeno il Grande Timoniere avrebbe potuto immaginare – dovremo affrontarla con tutti gli strumenti possibili. Anche credendo nell’alleanza tra materia grigia e schegge di silicio.