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Dario Fabbri
Emergenza internazionale: cronache da un teatro geopolitico sempre più in ebollizione

Dario Fabbri <br> Emergenza internazionale: cronache da un teatro geopolitico sempre più in ebollizione

Dario Fabbri
Emergenza internazionale: cronache da un teatro geopolitico sempre più in ebollizione

Dall’Ucraina in cui è iniziata l’attesa controffensiva per respingere la Russia al mare agitato tra la Cina e Taiwan. Pechino sfida gli Stati Uniti che accettano e rilanciano, raccogliendo alleati nel Pacifico per un’opera di “contenimento” di Pechino. L’Europa fa i conti con il prezzo economico del conflitto alle porte di casa, mentre la Nato – che per Macron era in coma – trova nuove ragioni per crescere e apre a Finlandia e Svezia. Poco distante dovremo fare i conti con le tattiche da mercante della Turchia, che non si sbilancia e tiene come sempre i piedi in due scarpe. Ma anche con l’India che non sarà una superpotenza ma cerca un ruolo. E sullo sfondo le elezioni presidenziali americane del 2024…

Testo di Stefano Tenedini

Il mondo va avanti – o indietro, dipende da come lo si guarda – anche se siamo distratti o impegnati nelle nostre attività. Ma qualunque cosa succeda vicino o lontano da casa ha un impatto sulla nostra vita e ci coinvolge. Ecco perché la geopolitica, una scienza fino a pochi anni fa materia per gli specialisti, è lo strumento per “comprendere il presente e provare a immaginare il futuro”: lo abbiamo imparato seguendo gli appuntamenti di Open, Festival della Cultura d’Impresa di Vecomp Academy. Per l’ultimo incontro della serie 22|23 non si poteva evitare la domanda chiave: come crescere dentro le emergenze internazionali. E per questo Francesco Masini ha chiamato ancora una volta l’analista Dario Fabbri, il volto più noto della geopolitica italiana, direttore della rivista Domino. Nel sommario Stati Uniti, Cina e Taiwan, Europa e Italia, Nato e Turchia, India e Pacifico. Ma soprattutto domande e risposte hanno avuto come focus la guerra scatenata in Ucraina dall’invasione russa.

“Siamo entrati nella controffensiva tanto attesa – ha esordito Fabbri – con i soldati ucraini impegnati non solo a testare le difese russe ma a bersagliare le aree occupate e addirittura oltre il confine. Gli invasori appaiono spaesati e ammettono il notevole avanzamento degli ucraini, anche se dentro la nebbia di guerra è impossibile verificare come stanno le cose. Il conflitto continua con momenti drammatici, come i bombardamenti sui civili, il crollo della diga di Nova Kakhovka e il disastro naturale e umanitario del Delta del fiume Dnipro. Gesto che prefigura scenari molto critici: che tutta la Crimea occupata rimanga senz’acqua, o che non si possa raffreddare la centrale di Zaporizhzhia, con un potenziale rischio nucleare”.

“Da qui occorre partire per raccontare come e dove sta andando la guerra, dove potrebbe arrivare l’Ucraina e quanto territorio potrà strappare ai russi che lo occupano da quasi un anno e mezzo. Solo in base ai risultati della controffensiva si potrà poi immaginare qualche forma di negoziato tra le parti. Il presidente Zelensky ha ribadito ovunque, anche al Papa e chi parla di pace, che di un cessate il fuoco si parlerà solo dopo. Sul tavolo della trattativa peserebbe la riconquista anche parziale delle regioni di Kherson e Zaporizhzhia, e ancora di più un nuovo fronte in Crimea. Per questo la controffensiva era attesa ed è importante proprio per rispondere alla domanda centrale: chi sta vincendo e chi sta perdendo”.

“Bisogna distinguere tra la dimensione tattica e quella strategica. La prima, se si dovesse guardare ai chilometri quadrati occupati, vedrebbe vittoriosa la Russia, pur militarmente sgangherata, perché ha preso e dice di controllare buona parte del Donbass. Ma sul piano strategico Mosca la guerra la sta perdendo. E molto male, perché gli obiettivi iniziali del Cremlino non sono stati raggiunti: prendere tutta l’Ucraina, rovesciare il governo di Kyiv, insediare un governo di fantocci, dimostrare di essere ancora un grande impero e tenere distante l’Ucraina dall’Occidente e dalla Nato. Proprio quell’Alleanza Atlantica che Macron definiva “cerebralmente morta” e invece è rinata e ha aperto a Finlandia e Svezia, mentre Mosca deve chiedere improbabili aiuti alla Cina, all’India o all’Iran”.

“A questo scenario va aggiunto che con la guerra la Russia è ormai diventata un socio di minoranza del sistema cinese, anche se sono nemici storici e si disprezzano con profondo razzismo. Putin è andato a Pechino col cappello in mano per vendere ciò che gli rimane di prezioso, come il gas. Solo che Cina ha detto “certo, vi aiutiamo, ma il prezzo lo facciamo noi”: il che mette Mosca all’angolo e di aiuti militari non se ne vedono. Da qui i possibili sviluppi: se la Russia potrebbe voler cristallizzare ciò che ha ottenuto, gli ucraini attendono i risultati della controffensiva. Ecco perché potremmo considerare la guerra in Ucraina solo un evento della competizione tra superpotenze in corso fra Washington e Pechino”.

“Gli americani sono “soddisfatti” della piega che hanno preso le cose: se fosse dipeso da loro la guerra non sarebbe mai iniziata, ma ritengono comunque un bene che la Russia si sia impantanata – una lettura che anche gli europei dovrebbero condividere – in cambio di qualche fornitura militare, seppure di tecnologia avanzata. Il resto poi l’ha fatto l’eroismo delle truppe ucraine. A preoccupare gli americani, al contrario, è che ora la Russia sia finita nella pancia del Dragone: in vista di un’ipotetica futura guerra contro la Cina, non è un bel pensiero vedere che oggi Pechino è più ricca di grano, di energia e altre risorse”.

“Non consola Washington sapere che nonostante una forte economia Pechino ancora non è all’altezza della sfida: sarebbe meglio avere di fronte un nemico solo che due. Loro stessi con Kissinger avevano operato per dividere Cina e Urss e spingere uno contro l’altro. Oggi la coperta è corta un po’ per tutti: c’è sì l’Ucraina, ma si deve guardare anche all’area Indo-Pacifica, tenere gli occhi aperti su Taiwan, il Giappone, l’India e l’Australia. Ovviamente ciò richiede di disinteressarsi un po’ dell’Europa. Un tempo eravamo uno scacchiere centrale, nonostante i focolai in Vietnam, Nicaragua o Corea. Invece adesso tutto ruota intorno alla competizione Stati Uniti-Cina: ci si chiede come Xi Jinping possa sfruttare quel che accade in Europa per colpire o addirittura per invadere Taiwan. Per questo c’è chi la considera già una “terza guerra mondiale a pezzi”. Pechino vuole Taipei ma non ha fretta: punta al 2049 per il centenario della rivoluzione maoista, ma nonostante questo non ha né la forza né le tecnologie militari necessarie per un uno sbarco anfibio in stile Normandia”.

“Al di là di scenografiche esercitazioni militari, la Repubblica Popolare dispone di due sole portaerei, mentre gli americani presidiano il Pacifico e i mari vicini a Taiwan, e non da soli. Inoltre il paradosso è che nonostante un miliardo e 400 milioni di abitanti la Cina invecchia rapidamente, a causa della nefasta politica del figlio unico: dal 19 anni in media degli anni Settanta fino ai 41 di oggi. Se all’anagrafe mancassero cento milioni di cinesi, per Pechino sarebbe sia un grave problema di produzione – l’economia è lo strumento della potenza – che di tipo militare, perché, lo sappiamo, agli imperi i giovani servono per fare le guerre”.

“E all’Italia interessa il conflitto in Ucraina? Schieramenti a parte naturalmente sì: non solo sul piano emotivo e per la vicinanza, ma su quello economico perché dobbiamo ripensare il nostro sviluppo. Abbiamo un’eccezionale manifattura, la seconda d’Europa, ma con vari limiti. Il primo è che dipendevamo al 40% dal gas russo, il secondo è l’incremento dei costi seguito alla diversificazione che ci toglie quote di export, il terzo sono le sanzioni contro la Russia che ci creano comunque problemi. E poi perché gli americani hanno chiarito che le esportazioni verso la Cina non sono ben viste, specialmente se ad alto tasso di tecnologia. Quindi noi e la Germania dobbiamo inventarci un nuovo modello di crescita per domani”.

Prima di chiudere Fabbri ha risposto alle domande del pubblico, alcune molto interessanti. Siamo alla fine della globalizzazione? “Sul piano commerciale oggi è in grande difficoltà: non è il liberismo come lo intendiamo noi, è politica, quella vera. Gli americani mettono i dazi sull’export cinese – Biden come Trump – per limitarne l’innovazione e per impedirle di spendere il surplus e ridurre la povertà”. L’Ucraina inciderà sulle presidenziali americane del 2024? “Sì, se la guerra durasse troppo stancando gli elettori. O se alla Casa Bianca ci andasse qualcuno che vuol tagliare gli aiuti a Kyiv: ma alla Casa Bianca il potere è sbiadito, comandano gli apparati, non l’imperatore”. Che fine farà la Via della Seta? “Non nascerà mai. La Cina ha tentato una contro-globalizzazione, però esporta e guadagna troppo per diventare una superpotenza globale, che deve spendere. Il dollaro è tutt’altro che debole: resta la sola moneta globale con il 52% degli scambi, contro il 10% dell’euro e il 2,7% del renminbi… campa cavallo!” Nuove alleanze per Turchia e India? “La Turchia vuole che per entrare nella Nato la Svezia smetta di sostenere e proteggere i curdi. E poi chiede le armi più recenti, ma ha acquistato il sistema antimissili russo S-400 e la Nato non si fida. Ankara gioca le sue carte come un mercante, come sempre. L’India? ha rapporti acrobatici con i russi e con gli americani ma ritiene la Cina un nemico. Potrebbe avere un ruolo, ma non sarà mai una superpotenza: è composta di decine di nazioni senza omogeneità culturale”.
E da un pianeta in continua ebollizione per il momento è tutto... Buona estate, in attesa del calendario di Open edizione 23|24 alla scoperta di nuovi imprevisti e opportunità.